Appunti Cinesi

I dannati di Jiabiangou

di Ivan Franceschini | tutti gli articoli dell'autore
di Ivan Franceschini


Jiabiangou. Quello che un tempo era un inferno di sabbia e polvere, ora è un’oasi di verde ai confini dell’immensa distesa del Gobi. Là dove poco più di cinquant’anni fa gli “elementi di destra”, i reietti della società cinese, scavavano e seminavano fino allo sfinimento, in un disperato quanto folle tentativo di rendere coltivabile il suolo desertico, ora contadini sorridenti sono al lavoro in campi di mais, peperoncino e girasoli, ignari di beneficiare del frutto del sangue e del sudore dei loro predecessori. Le baracche che allora alloggiavano i detenuti sono state rase al suolo e le tombe delle centinaia di caduti nella grande carestia del Sessanta sono state inghiottite dalla sabbia, i loro occupanti consegnati all’oblio.

Nel 1957 tremila persone erano arrivate nel campo di lavoro di Jiabiangou, condannate a espiare le proprie colpe; tre anni dopo, meno di trecento ne erano uscite vive. Tutte le altre erano state uccise dalla fame e dalla fatica. Eppure, nessuna targa commemora quanto accadde quaggiù: uomini e deserto per una volta sembrano essere in perfetta sintonia nel cancellare ogni traccia della tragedia avvenuta in queste terre. Quello che altrove sarebbe una meta di pellegrinaggio, qui è l’apoteosi della smemoratezza e dell’indifferenza. Emblematica è la scritta su una lavagna nei pressi dell’ingresso, un invito ad “accogliere con gioia il novantesimo anniversario della fondazione del Partito, lanciare un grande balzo nella forestazione”. Certo, quello stesso Partito che cinquant’anni fa qui causò la morte di centinaia di persone con la sua folle idea di “un grande balzo in avanti”.

L’arco che segnala l’ingresso a quella che oggi è un’area forestale riporta una semplice calligrafia con i caratteri che compongono il nome “Jiabiangou”, ma agli occhi di un occidentale non può che evocare orride visioni d’altri tempi e d’altri luoghi. Avrebbe potuto benissimo esserci scritto “il lavoro rende liberi” e nessuno se ne sarebbe stupito.

In un cartello posto nei pressi dell’ingresso, poche righe ricostruiscono la storia pluridecennale della fattoria di Jiabiangou: “Costruita nel 1954, ha cinquant’anni di storia. Nel 1957 è diventata la fattoria per la rieducazione e per la riforma attraverso il lavoro (laogai laojiao nongchang) di Jiuquan, nel 1962 è diventata la fattoria Stella Rossa, nel 1968 è stata presa in gestione dall’esercito…”

E i dannati di Jiabiangou, quelle persone innocenti condannate a lavorare allo sfinimento nel deserto, abbandonate dallo Stato e dalla società nel momento del bisogno, costrette a divorare i corpi dei propri compagni per sopravvivere? Non meritano neppure un cenno? Nell’intera area forestale, l’unica traccia che rimane di costoro sono alcuni alberi piantati in quei tempi oscuri, nient’altro. E poco importa che tutta la vegetazione che ora ricopre l’area abbia potuto crescere solamente grazie lavoro di quegli schiavi d’altri tempi.

Non tutti però hanno dimenticato. La sabbia del deserto e l’indifferenza delle successive generazioni non sono state sufficienti a soffocare le voci dei sopravvissuti, raccolte grazie al coraggio e alla pazienza di poche persone. Chi erano i dannati di Jiabiangou? Che cosa hanno patito e perché? Per cominciare a capire, è importante rievocare la storia di una primavera di tanti anni fa.

Dai cento fiori ai campi di lavoro

Tutto era iniziato nel migliore dei modi nel maggio del 1957, quando l’intero paese aveva vissuto un mese di inattesa apertura e vivacità intellettuale grazie alla nuova campagna di massa lanciata dai vertici del Partito, una grande mobilitazione poi passata alla storia come “movimento dei cento fiori” (baihua yundong). Lo stesso Mao in un suo celebre discorso era intervenuto per incoraggiare la popolazione ad offrire le proprie critiche alla classe dirigente, sulla base dello slogan “che cento fiori sboccino e cento scuole di pensiero dibattano” (baihua qifang, baijia zhengming). Eppure, anche se l’obiettivo, in linea teorica, era quello di permettere al Partito di raccogliere critiche e rettificare il proprio stile di governo, inizialmente la società aveva risposto con scarso entusiasmo. Solamente dopo un periodo iniziale di diffidenza, gli intellettuali cinesi, inebriati dalla ritrovata libertà, si erano lanciati in un crescendo di critiche nei confronti dei propri governanti.

Ben presto, qualcosa era andato storto. Anche se solamente una minoranza si era spinta al punto di mettere in discussione il monopolio politico del Partito, la voce di questi era risuonata forte e chiara, un fatto che aveva spinto la leadership cinese a fare un clamoroso passo indietro. Già nel luglio del 1957 il Partito aveva lanciato un nuovo movimento di segno opposto rispetto a quello appena concluso, la Campagna contro gli elementi di destra (fanyoupai yundong). Di fatto, si trattava di un attacco senza precedenti contro gli intellettuali che nei mesi precedenti avevano espresso le proprie opinioni. In quell’occasione, centinaia di migliaia di persone erano state condannate come “elementi di destra” (youpai), molte delle quali semplicemente per coprire quote prestabilite dagli organi centrali o per ritorsioni da parte di colleghi privi di scrupoli. Costoro erano stati mandati a rieducarsi in campi di lavoro sparsi nelle campagne e avevano così popolato l’arcipelago dei gulag cinesi. Le cifre erano imponenti, basti pensare che nel 1980, quando il governo cinese ha deciso di riabilitare questi “elementi di destra”, sono state ben 552.877 le persone che hanno beneficiato della nuova politica.

Che cosa significava “rieducarsi attraverso il lavoro” nella Cina della metà degli anni Cinquanta? La “rieducazione attraverso il lavoro” (laodong jiaoyang, da non confondere con la “riforma attraverso il lavoro”, laodong gaizao, riservata ai criminali condannati penalmente) era un istituto giuridico applicato  a “coloro che non possono essere incarcerati e condannati, che non sono politicamente affidabili e quindi non possono mantenere i propri posti, e che andrebbero ad aumentare il peso della disoccupazione se rilasciati in seno alla società.”

Nell’agosto del 1957, in coincidenza con la Campagna contro gli elementi di destra, un nuovo documento emesso dal Consiglio degli affari di Stato aveva ampliato le categorie che potevano essere soggette alla rieducazione attraverso il lavoro a coloro che, privi di un’occupazione, commettevano ripetutamente reati minori; ai contro-rivoluzionari di secondaria importanza; ad ex-dipendenti statali espulsi dalla propria unità di lavoro e incapacitati a guadagnarsi da vivere; a dipendenti indisciplinati che creavano continue difficoltà sul posto di lavoro; ai recidivi che  commettevano attività dannose per l’ordine pubblico e alle prostitute.

Eppure, nonostante in linea teorica all’epoca il focus del laojiao fosse occupazionale, la campagna contro gli elementi di destra aveva immediatamente messo in luce le implicazioni di questo istituto per la dissidenza politica. Dati precisi non ce ne sono, ma stando alle statistiche ufficiali relative agli internati in un campo di lavoro nello Shandong nel triennio 1957-59 – gli unici dati del genere ad oggi disponibili – risulta che in quel periodo su 16.695 condannati, 9.858 (il 59%) fossero detenuti per ragioni politiche, con l’etichetta di contro-rivoluzionari, elementi di destra o reazionari, tre termini adottati dal Partito per giustificare gli arresti in occasione delle varie campagne di massa degli anni Cinquanta e successivi.

Se l’essere “contro-rivoluzionario” (fangeming fenzi) si era configurato come un vero e proprio reato sin dal 1951, quando era stata lanciata la “Campagna per reprimere i contro-rivoluzionari” (zhenya fangeming yundong), e ancora nel 1979 tale crimine (fangemingzui) sarebbe stato inserito nel codice penale, dove sarebbe rimasto fino al 1997, il termine “elemento di destra” (youpai fenzi) era stato coniato specificamente in occasione della repressione seguita ai Cento fiori. Una circolare del Partito datata 15 ottobre 1957 che aveva stabilito una serie di criteri, alquanto sfuggenti, per identificare un “elemento di destra”: l’opposizione al sistema socialista, l’opposizione alla dittatura del proletariato, l’opposizione al ruolo dominante del Partito comunista nella vita politica nazionale, e così via. Ancora più vaga era poi la definizione di “reazionario” (fandong fenzi), per cui non risulta alcuna codificazione scritta, neppure di facciata.

Nuove istituzioni si erano rese necessarie per raccogliere la grande quantità di persone condannate per questi crimini arbitrari. Come ha scritto Fu Hualing in uno studio del 2005, “l’espansione dell’uso del laojiao e la campagna contro gli elementi di destra contribuirono al crescente abuso del laojiao. Le istituzioni del laojiao furono estese anche al livello locale del governo. Nelle aree rurali, ad esempio, le contee e le comuni iniziarono a stabilire le proprie istituzioni per il laojiao per incarcerare persone che le autorità locali consideravano deviate, in particolare i fannulloni.” La cosa peggiore era che prima del 1963 i documenti amministrativi non prevedevano alcun limite temporale alla durata di questa rieducazione: per quanto ne sapevano i condannati poteva trattarsi di un paio d’anni, così come di decenni.

Jiabiangou era uno dei campi di lavoro in questo arcipelago, e nemmeno uno dei più grandi. Sottoposto direttamente all’amministrazione provinciale del Gansu, questo campo si trovava qualche decina di chilometri a nord della città di Jiuquan, ai margini del deserto del Gobi. I primi “elementi di destra” erano giunti il 16 novembre del 1957 e da quel momento i nuovi arrivi si erano susseguiti ininterrotti per mesi, mentre l’ultima campagna politica svolgeva il suo corso. Stando a statistiche provinciali del Gansu, nel luglio del 1957, appena un mese dopo l’inizio della campagna, nell’intera provincia erano ben 11.132 le persone condannate come “elementi di destra”. Oltre tremila di questi erano stati inviati nella sola Jiabiangou, costretti a reclamare qualche appezzamento di terra al deserto scavando pozzi e canali di irrigazione, lottando contro la sabbia e la salinità del terreno. Allora nessuno poteva immaginare la catastrofe che stava per arrivare.

Un inferno in terra

Nessuno saprà mai quante persone sono morte di fame a Jiabiangou. Questo semplicemente perché quando, nei primi mesi del 1961, le autorità centrali avevano deciso di chiudere il campo dopo essere state informate dell’entità del disastro, un medico era rimasto indietro con l’incarico di falsificare una per una le cartelle cliniche dei prigionieri deceduti, inventando una causa di morte “naturale” per ognuno di questi. Eppure non è difficile credere ai racconti apocalittici sulla vita nel campo di lavoro. In fondo, sulla tragica carestia seguita al Grande balzo in avanti è stato scritto molto – e presumibilmente si scriverà ancora molto in futuro, soprattutto se un giorno gli archivi della pubblica sicurezza cinese saranno aperti al pubblico – basta pensare a libri come “Hungry ghosts” di Jasper Becker (Henry Holt and Company, 1996), o ai più recenti “Mao’s great famine” di Frank Dikötter (Walker & Company, 2010) e “Pietre tombali” (mubei) di Yang Jisheng (Xianggang Tiandi Tushu, 2008).

Sia Jasper Becker che Frank Dikötter dedicano un capitolo intero dei propri libri alla questione della carestia nei campi di lavoro. Se Becker menziona Jiabiangou solamente di passaggio, riferendo la testimonianza del pittore Gao Ertai, salvato da morte certa solamente per essere stato convocato dal segretario di Partito del Gansu per dipingere un quadro celebrativo del decimo anniversario dell’apertura del giacimento petrolifero di Daqing, Dikötter offre alcune cifre ricavate da documenti d’archivio fino a poco tempo fa inaccessibili:

Il primo gruppo di 2.300 prigionieri arrivò a Jiabiangou nel dicembre del 1957. Quando, nel settembre del 1960, i detenuti erano stati spostati in un’altra fattoria [Mingshui, nella contea di Gaotai], un migliaio di persone erano già morte in condizioni terribili. Erano poi seguiti altri 640 morti tra novembre e dicembre, quando il campo era finalmente stato chiuso sulla scia della caduta dal potere di Zhang Zhongliang [l’allora segretario di Partito della provincia]. In tutto, nell’intera provincia, circa 82.000 prigionieri lavoravano in un centinaio di campi per la riforma attraverso il lavoro. Nel dicembre del 1960, rimanevano appena 72.000 prigionieri, con oltre 4.000 detenuti deceduti solamente in quell’ultimo mese.

Le cifre, tuttavia, non sono sufficienti a rendere l’idea dell’orrore della vita a Jiabiangou. Mentre l’intero paese era alle prese con una terribile carestia, Jiabiangou era un inferno nell’inferno. I detenuti, quasi tutti intellettuali di una certa età privi di esperienza di lavoro manuale, morivano a centinaia, i corpi rigonfi per l’edema causato dalla malnutrizione. Se all’inizio la razione mensile per ogni detenuto era di venti chili di grano, dopo il 1958 questa era scesa prima a tredici chili, poi a dieci e infine a poco più di sette. Già dopo il raccolto primaverile del 1959 le persone avevano cominciato a cadere, ma la situazione era peggiorata drasticamente nei primi mesi del 1960, quando, nel freddo e nel gelo, duemila detenuti erano stati trasferiti in un altro campo nei pressi del villaggio di Mingshui, a qualche centinaio di chilometri di distanza.

Alcuni si addormentavano pacificamente e il mattino seguente venivano trovati morti dai compagni, altri morivano tra atroci dolori dopo aver inghiottito cose impensabili che finivano per distruggere il loro stomaco o lacerare i loro intestini. I corpi venivano avvolti in coperte e interrati in sepolture improvvisate nel deserto, tanto che per diversi anni dopo la chiusura del campo le ossa hanno continuato ad affiorare dalla sabbia, spaventando i contadini subentrati nell’area. Nonostante nel 1969 l’esercito fosse intervenuto per recuperare i resti e seppellirli in una duna di cui ad oggi nessuno conosce l’ubicazione, nei decenni successivi il deserto avrebbe continuato a restituire ossa umane che nessuno ormai avrebbe più reclamato.

Se le ossa non hanno più voce, i sopravvissuti fortunatamente possono ancora parlare in loro vece. Le testimonianze dei pochi superstiti ancora in vita, raccolte negli ultimi anni da giornalisti e scrittori cinesi, restituiscono istantanee di una realtà tragica di sangue, sudore e morte. A volte non mancano risvolti grotteschi, come nel caso di Chen Zonghai, il quale era stato internato all’età di venticinque anni a causa di un gesto commesso qualche anno prima, quando ancora frequentava la scuola superiore. In quell’occasione, colpito dalla morte del figlio di Mao in Corea, aveva disegnato alcune lacrime su una foto di quest’ultimo pubblicato in prima pagina su un giornale. La sua intenzione era stata quella di esprimere la sua compassione e il suo dolore per la perdita subita dall’anziano presidente, ma come spesso capitava in quegli anni, il suo gesto era stato equivocato e il ragazzo era stato duramente criticato, finendo per abbandonare gli studi. Anni dopo, questa futile azione giovanile sarebbe tornata a perseguitarlo, portandolo a Jiabiangou.

Chen Zonghai, che ancora oggi che ha più di ottant’anni fa incubi ambientati a Jiabiangou, ricorda che quando si trovava nel campo di lavoro si era convinto che i criminali condannati alla riforma attraverso il lavoro in altri laogai nei dintorni se la passassero molto meglio degli “elementi di destra” di Jiabiangou. Per questo aveva deciso di farsi condannare come criminale, nella speranza di ottenere un trasferimento in qualche altro istituto penale. L’unico problema era che per farsi arrestare prima doveva commettere un reato. Come prima cosa, aveva ammazzato un maiale della fattoria, cucinandolo e condividendolo con altri prigionieri, ma la cosa non era mai stata scoperta. Poi la stessa sorte era toccata ad una capra, ma anche in questo caso nessuno era venuto a cercarlo. Per ironia della sorte, solamente nel settembre del 1960, era stato condannato a cinque anni di laogai come contro-rivoluzionario, il tutto a causa di un’innocente dedica su una foto scattata molti anni prima con un paio di amici. Sarebbe stato rilasciato dopo un anno e due mesi in seguito al rovesciamento del verdetto, ma la definitiva riabilitazione da “elemento di destra” sarebbe arrivata solamente nel 1980.

Come ha scritto Primo Levi in un celebre passaggio de “I sommersi e i salvati” (Einaudi, 2007):

I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.

L’ormai ultra-ottantenne He Fengming ha imparato sulla propria pelle che anche a Jiabiangou valeva lo stesso principio. Condannata come elemento di destra a causa delle attività del marito, un noto giornalista, nel 1958 He era stata mandata in un campo di lavoro nei pressi di Jiuquan, non lontano da Jiabiangou, dov’era rinchiuso il coniuge. Nei campi di lavoro della zona le donne erano un numero molto limitato, basti pensare che fra i tremila detenuti di Jiabiangou, le donne erano non più di venti. Se c’è una cosa per cui ancora oggi He Fengming prova rimorso, è il fatto di aver scritto al marito una lettera in cui affermava che gli “elementi di destra” erano tenuti a mantenere un elevato senso di auto-rispetto, non rubando il cibo della fattoria. He è tuttora convinta che queste sue parole abbiano spinto il marito a mantenere la faccia a tutti costi, portandolo a morire di fame. Quando, nel gennaio del 1961 He Fengming ha trovato per la prima volta il coraggio di chiedere un permesso per recarsi a Jiabiangou per vedere il consorte, ha scoperto che quest’ultimo era morto un mese prima. Prima di morire, per “mantenere la faccia”, non aveva mandato neppure un telegramma per chiedere aiuto ai famigliari.


E sempre con la difficoltà ad adattarsi a condizioni estreme ha a che fare la storia della “donna di Shanghai”, una vicenda che, con alcune varianti, ricorre più volte nella produzione letteraria e artistica legata a Jiabiangou. I protagonisti della storia sono un giovane medico cinese laureato a Yale, tornato in Cina nel 1952 per partecipare alla ricostruzione post-bellica del paese, e sua moglie. Questa è la storia come appare in “Pietre tombali”, il già citato volume di Yang Jisheng:


Un giorno di inizio novembre, il medico Dong Jianyi si era reso conto che non gli rimaneva molto da vivere. Allora aveva detto al caposquadra Liu Wenhan: “In base alla mia esperienza, mia moglie viene una volta ogni tre mesi e le mie condizioni di salute non mi permetteranno di vederla ancora”. Dal momento che un gran numero di cadaveri giacevano esposti sul terreno, Dong Jianyi aveva spiegato a Liu Wenhan come avvolgere il suo corpo in un piumino e una coperta di cotone. Dopo tre giorni, Dong, che all’epoca aveva 35 anni, era morto. Liu Wenhan lo aveva avvolto strettamente nella coperta e lo aveva sepolto in un pozzo scavato dall’acqua piovana.

Una sera sette o otto giorni dopo la morte di Dong, sua moglie Gu Xiaoying era arrivata da Shanghai. Aveva aperto la tenda di stracci che copriva l’ingresso alla grotta dove vivevano i detenuti ed era entrata, chiedendo tutta eccitata: “E’ qui il vecchio Dong?”. Liu Wenhan non aveva potuto far altro che dirle: “Il vecchio Dong è morto da sette otto giorni”. Non appena aveva pronunciato questa frase, Gu Xiaoying si era abbandonata ad un pianto inconsolabile. I compagni di sventura di Dong avevano già visto moltissime morti ed erano diventati completamente indifferenti, ma alla vista del pianto della donna, lacrime silenziose avevano cominciato a solcare i loro volti.

Dopo due o tre ore, Gu si era finalmente calmata e aveva chiesto ai compagni di sventura di Dong di accompagnarla a vedere il corpo del marito. Con grande meraviglia di tutti, una volta arrivati al pozzo dove Dong doveva essere sepolto avevano scoperto che il cadavere era scomparso. Avevano dovuto cercarlo in molti, prima di trovarlo in un fossato lì dietro, abbandonato sul terreno. La coperta di cotone e il piumino che avvolgevano il corpo erano scomparsi, e la carne era stata tagliata via e mangiata. Dal momento che sul cranio non c’era carne, la testa rimaneva ancora intatta attaccata allo scheletro.

Gu Xiaoying allora si era gettata sullo scheletro piangendo a dirotto e baciandolo senza sosta! Lentamente era calato il buio e tutti avevano cercato di convincerla a tornare indietro a riposare, ma Gu tra le lacrime aveva detto: “Non tornerò, voglio morire con lui, voglio morire con lui”! Alcune persone allora avevano trascinato Gu Xiaoying alla grotta. In seguito, i compagni di sventura di Dong avevano recuperato alcuni pezzi di legno e del combustibile e avevano incenerito il cadavere. Liu Wenhan aveva preso una coperta per uso militare che aveva riportato con sé dalla prima linea in Corea del Nord e vi aveva avvolto le ossa, trasformando il tutto in un bagaglio che la donna poteva riportare con sé a Shanghai.

Un grande punto interrogativo rimane sulle ragioni per cui, anche quando i detenuti avevano cominciato a morire a centinaia, solamente in pochi avevano tentato la fuga. Nonostante la sorveglianza non fosse poi così stretta, la maggioranza aveva deciso di rimanere. Come interpretare questa scelta? Una delle ragioni più immediate è sicuramente di natura pratica: i detenuti semplicemente non avevano forze a sufficienza per affrontare alcune decine di chilometri di camminata nel deserto. Alcuni fuggiaschi si trovavano sfiniti a metà strada nel deserto e finivano per essere divorati dagli animali selvatici, mentre altri decidevano di tornare indietro seguendo le proprie orme nella sabbia. Tuttavia, non era solamente questo. La questione di fondo era che questi “elementi di destra” avevano un solo sogno, quello di redimersi agli occhi del Partito e della società. L’unico modo per scrollarsi di dosso l’infamante accusa era scontare fino in fondo la propria condanna. Come spiega un personaggio in un racconto dello scrittore Yang Xianhui, uno dei primi a riscoprire le vicende di Jiabiangou negli anni Novanta:

Quando avrei parlato di Jiabiangou negli anni successivi, qualcuno inevitabilmente mi avrebbe chiesto perché non avevamo provato a scappare. Alcuni scapparono. Ma la maggioranza rimase. Anche nei momenti peggiori, riponevamo grandi speranze nei nostri leader. Ci illudevamo che un giorno il Partito avrebbe capito che eravamo stati imprigionati ingiustamente e avrebbe rovesciato i nostri verdetti. Consideravamo la rieducazione attraverso il lavoro pesante una prova della nostra lealtà nei confronti del Partito comunista. Se fossimo scappati, questo sarebbe stato un tradimento della fiducia del Partito e ce ne saremmo pentiti per il resto delle nostre vite.

 
Primi passi sul cammino della memoria

Dopo decenni di silenzio, negli ultimi anni il nome di Jiabiangou ha cominciato a ricorrere con una certa insistenza in Cina. Tutto è iniziato una decina di anni fa con il lavoro di Yang Xianhui, uno scrittore originario del Gansu oggi residente a Tianjin. Yang aveva sentito parlare per la prima volta di Jiabiangou nel 1965, quando, appena ventenne, stava lavorando in una fattoria collettiva nel deserto del Gobi. Gliene aveva parlato il direttore della cooperativa, il quale aveva accennato anche al fatto che quasi tutti gli elementi di destra lì mandati erano morti di fatica e di fame durante la carestia seguita al Grande balzo in avanti. Altri dettagli erano arrivati da alcuni suoi colleghi, elementi di destra che avevano vissuto in prima persona l’esperienza del campo di lavoro.

Anche se il giovane Yang sin dal primo istante aveva provato l’impulso di scriverne, erano dovuti passare altri trent’anni prima che decidesse di prendere in mano il telefono e iniziasse a rintracciare i sopravvissuti per raccogliere le loro storie. Allora era il 1997, il quarantesimo anniversario della campagna contro gli elementi di destra e Yang era un cinquantenne pieno di energie. Questa sua ricerca si è tradotta in una serie di storie pubblicate in sequenza sulla rivista Shanghai Wenxue a partire dal 2000 e poi raccolte nel 2003 in un volume intitolato “Addio Jiabiangou” (Gaobie Jiabiangou, Shanghai Wenyi Chubanshe), parzialmente tradotto in inglese come “Woman from Shanghai” (Pantheon Books, 2009).

I racconti di Yang Xianhui appartengono ad un filone letterario tipicamente cinese, la cosiddetta “letteratura d’inchiesta” (baogao wenxue), un genere a metà strada tra la letteratura e il giornalismo che è stato particolarmente in voga nella Cina degli anni Ottanta. In sostanza si trattava di vero e proprio giornalismo d’inchiesta mascherato da romanzo al fine di evitare la ghigliottina della censura. Ad un espediente simile è ricorso il documentarista Wang Bing, quando ha deciso di portare le storie di Jiabiangou all’attenzione del pubblico internazionale con un adattamento cinematografico del libro di Yang. Il risultato, un film di quasi due ore intitolato semplicemente “Jiabiangou”, è stato presentato nell’edizione del 2010 della Mostra del cinema di Venezia. Appena tre anni prima, nel 2007, lo stesso Wang Bing aveva girato un documentario su He Fengming, la donna che aveva esortato il marito internato a Jiabiangou a mantenere la propria dignità.

Altre testimonianze letterarie da Jiabiangou sono un volume di memorie intitolato “Esperienza: il mio 1957” (Jingli – Wo de 1957 nian, Dunhuang Wenyi Chubanshe, 2001), pubblicato a proprie spese dalla stessa He Fengming nel 2001 e un libro pubblicato dall’artista Gao Ertai “Alla ricerca della mia casa” (Xunzhao wo de jiahuan, Huacheng Chubanshe, 2004).

Forse ancora più coraggiosa dal punto di vista editoriale è stata l’iniziativa della redazione del Nandu Zhoukan, che nel dicembre del 2010 ha dedicato la propria storia di copertina ai “cinquant’anni del campo di lavoro per gli elementi di destra”. Due giornalisti della rivista hanno visitato quello che rimaneva del campo di lavoro e hanno intervistato alcuni dei sopravvissuti, portando all’attenzione del grande pubbliche le loro tragiche storie. Le poche righe di presentazione della storia inserite in copertina sono sufficienti a dare un’idea della temerarietà dell’iniziativa:

Jiabiangou è il ricordo collettivo di una ferita degli “elementi di destra”, la narrazione cinese di una situazione estrema molto simile ai gulag. Tra il 1957 e il 1960, nell’arco di tre anni, una grande carestia con pochi precedenti ha portato le migliaia di “elementi di destra” di Jiabiangou a morire di fame. Per ragioni che si possono immaginare, dopo cinquant’anni questo pezzo di storia da non dimenticare è ancora sepolto nella sabbia gialla del deserto.

Dopo cinquant’anni di silenzio, nonostante il disinteresse o addirittura l’ostracismo dello Stato, grazie a questi giornalisti, scrittori e registi, i sopravvissuti finalmente hanno potuto raccontare le proprie storie, salvandole così dall’oblio. Se le ferite di Jiabiangou sono ben lungi dall’essersi rimarginate, le molteplici testimonianze pubblicate in questi anni costituiscono l’inizio di un percorso critico della memoria, un tassello nel più vasto mosaico di quello che è stato uno dei periodi più tragici per la Cina del secolo scorso. Come ha affermato Yang Xianhui, intervistato da Cineresie:


Se ho deciso di raccontare questo periodo storico non è solo per far sì che la gente rifletta su questi problemi, ma anche perché la gente si opponga a questo tipo di campagne, onde evitare che il nostro popolo debba subire ancora una volta un dolore del genere. Non possiamo assolutamente permettere che la nostra società si incammini nuovamente su quella strada. Dobbiamo trarre delle lezioni dalla nostra storia: proprio per questo ho scritto questo libro.

E, di fatto, mentre la Cina riscopre una generale fascinazione per il mito di Mao e per l’epoca “maoista” e la memoria storica viene sistematicamente cancellata o alterata, è importante che qualcuno tenga vivo il ricordo di luoghi come Jiabiangou. Forse un giorno anche Jiabiangou verrà visitata dalle scolaresche cinesi e in Cina sarà istituita una giornata della memoria per ricordare il sacrificio di tante persone condannate ingiustamente per politiche folli. Oppure, più semplicemente, qualcuno troverà il coraggio di rompere il silenzio ufficiale e ricordare con una targa, una scritta, un memoriale, quello che Jiabiangou è stata e sempre sarà: un monito storico, il segno tangibile della follia di un’epoca. Nel frattempo, finché i tempi non saranno maturi, non si può far altro che sforzarsi di conservare quel poco che resta del passato, proteggendolo dalla sabbia del deserto e dalla deperibilità della memoria umana. Il rischio che la storia si ripeta è minimo, ma non si sa mai.

(questo post è stato pubblicato anche su Cineresie.info)
 

9 ottobre 2011