
di Ivan Franceschini
È di questa mattina la notizia che Liu Xiaobo è stato condannato a undici anni di carcere con l'accusa di "incitamento alla sovversione del potere dello Stato". La decisione della Prima Corte Popolare Intermedia di Pechino è arrivata appena due giorni dopo la conclusione di un processo durato non più di tre ore, una farsa di altri tempi svoltasi a porte rigorosamente chiuse.
Dopo la condanna di Hu Jia a tre anni e mezzo di carcere con la medesima accusa nel 2008, questa è l'ennesima doccia fredda per coloro che, come me, cercano di vedere segnali di apertura nella leadership cinese. Personalmente, ho non poche perplessità quando leggo candide speculazioni sulla bontà del modello cinese o sul presunto nuovo corso di riforme che verrà adottato dalla futura generazione di leader che nel 2012 prenderà il posto di Hu e di Wen. A questo punto, sono sempre più convinto del fatto che le ragioni di ottimismo per il futuro di questo paese, se ci sono, giacciono nella sua emergente società civile, non nella sua classe politica.
Ricordo che qualche giorno dopo la sentenza nel caso Hu Jia ho avuto modo di discutere l'accaduto con un amico cinese, un giornalista di un'importante rivista nazionale qui in Cina. Egli ha sospirato e mi ha detto: "È sconvolgente. Se è successo a lui potrebbe succedere a chiunque altro, in qualsiasi momento". Ecco in sintesi il senso di queste sentenze, niente di diverso dal classico "uccidere una gallina per spaventare le scimmie" o dal più moderno "colpirne uno per educarne cento". In fondo si tratta di una strategia ricorrente delle autorità cinesi: lo si è visto la scorsa estate con la chiusura della Gongmeng e l'arresto del suo leader Xu Zhiyong; lo si è visto con le varie condanne per calunnia inflitte a netizen colpevoli di aver denunciato sul web gli abusi delle autorità locali.
Leggevo poco fa sull'edizione online del New York Times le dichiarazioni di un dissidente cristiano che non avevo mai sentito nominare prima, tale Yu Jie. Stando a quanto riportato nell'articolo, egli avrebbe dichiarato che: "Se Liu può essere condannato per i suoi scritti, allora anche molti altri di noi possono essere condannati. Ma penso che questo darà maggior coraggio, non impaurirà altri". Si tratta esattamente delle stesse parole che l'avvocato Hao Jingsong aveva utilizzato quando lo avevo intervistato in merito all'attacco contro la Gongmeng. Nonostante su twitter e sul web si leggano diverse attestazioni di solidarietà e manifestazioni di rabbia per la condanna di Liu Xiaobo, personalmente, non me la sento di condividere questo ottimismo. Tutto quello che vedo è una società traumatizzata dall'ennesimo tradimento da parte delle autorità.
Hu Jia e Liu Xiaobo sono solo due delle tante persone che stanno pagando un prezzo elevatissimo per aver osato esercitare il loro diritto costituzionale alla libertà di parola. Nonostante la giovane età (ha appena trentasei anni), Hu Jia difficilmente uscirà vivo dal carcere in cui lo hanno rinchiuso. Il suo fegato sta cedendo, divorato da un'epatite mai curata. Nel suo solitario esilio, non gli è permesso ricevere visite, neppure da parte della moglie e della figlia. Liu Xiaobo invece oggi ha cinquantatre anni, cinquantaquattro lunedì prossimo. Quando uscirà, se mai uscirà, sarà un anziano signore con i capelli bianchi, un uomo fisicamente ben differente da quello che parlava al megafono agli studenti raccolti in piazza nel 1989.
Di fronte a tutto questo, forse la reazione più sensata è stata quella di Ai Weiwei. La mattina del processo egli si è presentato davanti al tribunale, è rimasto lì in perfetto silenzio per circa mezzora e poi se n'è andato, ignorando le domande di giornalisti e diplomatici. Come per dire: "In fondo, a che serve parlare?"
Ho tradotto qui la sentenza http://caracina.wordpress.com/2009/12/30/liu-xiaobo-testo-della-sentenza/ tom